Cosa sta succedendo in Germania?

di Emanuele Savagnone

 

Cosa sta succedendo in Germania? Sono Emanuele Savagnone, un giovane compositore di Roma che vive attualmente in Germania, e con questo breve racconto degli ultimi mesi desidero condividere esperienze e soprattutto una breve riflessione sulla situazione di pandemia che ha attanagliato la nostra civiltà.

Una breve introduzione: vivo a Mannheim, città del Baden-Württemberg non lontana da Francoforte, sede dell’invenzione della prima bicicletta; sono uno studente di Musikhochschule (conservatorio tedesco); ho deciso di rimanere in Germania allo scoppio dell’epidemia; l’allarme in Germania non è grave come in Italia, ma la situazione è presa dai cittadini molto sul serio e con un certo senso di responsabilità; il sistema sanitario e quello economico hanno retto finora molto bene alla situazione. 

E dunque, prima di tutto, cosa ci aspettavamo dalla Germania? Io non torno a Roma da questo inverno, ma sono in contatto con i cari, gli affetti, gli amici di sempre; in più, grazie ad internet, leggo quotidianamente le notizie dei giornali italiani online, e sento di tanto in tanto qualche notiziario; e, da ultimo, sono italiani la maggior parte degli amici con cui ho passato il mio tempo in questi ultimi mesi: quello che mi pare di intendere, se ho afferrato qualcosa, è che il nostro paese guarda alla Germania (come d’altra parte già solitamente) con un misto di scetticismo, malaugurio e confusa ammirazione. D’altra parte a chi non è già familiare, in tempi normali, un discorso sulla Germania articolato goffamente tra “certo, loro si che sono precisi”, “là sì che le cose funzionano”, “sono proprio altri paesi questi” e “tanto adesso vedrai, mica possono stare bene per sempre”, “la crisi arriverà anche da loro”, “alla fine tutto il mondo è paese”?

Dirò: a me è familiare, e in questo breve racconto darò qualcosa della mia esperienza e del mio sguardo su questo paese partendo da alcune fasi della vicenda coronavirus.

Dove e quando in Germania l’argomento epidemia è diventato rilevante nel dibattito pubblico?

    Per una coincidenza, mi sono trovato alla fine di febbraio ad attraversare in treno il Land del Nordrhein-Westfalen per raggiungere quello della Bassa Sassonia, nel nordovest del paese. Proprio il Nordrhein-Westfalen è diventato il primo focolaio tedesco del virus e la sua radicata tradizione del Carnevale di Colonia ne è ritenuta la principale responsabile. Ho potuto vedere per ore folle di giovani mascherati salire e scendere dai treni che raggiungono e si allontanano da Colonia in un clima di grande spensieratezza, quando allo stesso momento mi sentivo raccontare al telefono che la regione Lombardia aveva deciso di chiudere il Teatro alla Scala e le scuole; decisione che a me sembrava, in quel momento, incredibile. La masterclass musicale alla quale ero diretto ospitava tra l’altro degli studenti provenienti dall’estremo oriente (fatto che non stupirà chi studia in un’istituzione musicale europea), e già si parlava di provvedimenti adottati da alcune Musikhochschule tedesche di annullamento delle prove d’ammissione invernali o, addirittura, di messa al bando degli studenti orientali. 

E dunque, la mia impressione all’inizio del mese di marzo è stata che si guardasse da qui all’Italia con un certo stupore, solidarietà, e talvolta purtroppo, senso di superiorità: “è successo agli italiani che sono un paese meno organizzato di noi, forse più sfortunato, e sicuramente anche meno solido in termini di infrastrutture; qui da noi non sarà lo stesso”.

In realtà, sembra che molta parte di mondo abbia formulato un’opinione simile: ricordo un servizio diffuso da un’emittente americana conservatrice intorno alla metà di marzo (che non sono capace di ritrovare: che sia stato ritirato?) che affidava ad una presentatrice bionda e severa l’enumerazione di alcuni dati sul nostro paese: gli italiani hanno permesso a un’epidemia di diffondersi in un ospedale; gli italiani sono anziani; gli italiani fumano; la previsione era che in un paese come l’America nulla di simile sarebbe potuto avvenire e che le cifre di contagiati e

morti non avrebbero mai eguagliato quelle dell’Italia.

Sappiamo qual è stato il corso degli eventi. Eppure, invece, della Germania sappiamo che, anche se come previsto il paese si è avvicinato al numero di contagi dell’Italia, le infrastrutture e la preparazione del Governo hanno davvero resistito al colpo meglio di noi, perlomeno stando ai dati ufficiali, totalizzando la più bassa percentuale di mortalità rispetto ai contagi riscontrata finora nel mondo.

Stando ad alcuni resoconti, e specialmente ad un articolo apparso recentemente sul New York Post, sono diversi i fattori che hanno contribuito a una resistenza eccezionale del paese: l’elevato numero di posti disponibili in terapia intensiva; l’elevato grado di responsabilità della popolazione; la semplificazione e l’efficienza della catena di comando dalla Cancelleria ai governi federali e cittadini; e ancora, l’elevato numero di kit diagnostici a disposizione; l’ospedalizzazione precoce dei casi sospetti; gli sforzi dell’esercito per potenziare velocemente la terapia intensiva.

Molte sono le riflessioni che ancora vorrei fare e che rimanderò forse a un successivo resoconto più completo e più ricco di riflessioni, ma è di speciale importanza per me sottolineare il problema della coesione sociale che il virus ha creato con il distanziamento sociale, e questo, specialmente in Germania, tra non tedeschi. Mi riferisco in particolare all’isolamento che hanno sofferto alcuni, e io anche, per essere stati a contatto con persone (non malate) tornate da una zona rossa. Mi riprometto di approfondire questa riflessione, ma dirò per ora che l’esperienza negativa dell’isolamento, della paura sociale, della diffidenza reciproca, è stata importante per me, italiano di classe media (o comunque non indigente), sano e con la fortuna di aver potuto studiare. E nel frattempo, mi chiedo: la nostra società avrà potuto imparare un insegnamento di valore sul futuro? Mentre, come in un secondo autunno, durante l’allentamento delle restrizioni molti dei miei amici tornano dall’Italia per ricominciare a lavorare, e come in un secondo autunno, alcune eccezionali giornate di sole lasciano il passo a un maggio più piovoso, guardo la finestra e aspetto anche io di scrivere una pagina per ora ancora bianca.

 

 

Emanuele Savagnone è compositore di musica contemporanea; ha 22 anni e vive a Mannheim.

 

 

 


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