Salvini, la ministra, Google e il Papa

Di Giuseppe Lanciano

 

I motivi per parlare di scuola e di didattica sono sempre numerosi, ma quelli per tacere generalmente sono in netta maggioranza.

Questa mia convinzione aveva vacillato già qualche giorno fa, quando la ministra dell’istruzione aveva dato prova dell’incapacità di comunicare nella propria lingua madre1 e Salvini aveva pubblicato un post in cui poneva il problema dell’accesso all’istruzione per tutti e tutte proponendo, come in Spagna, una programmazione didattica nazionale via tv.

Questi due eventi – per quanto extra-ordinari – non sarebbero bastati a far crollare le mie convinzioni. Sono serviti gli interventi di Google e del Papa per convincermi definitivamente. Spero, tuttavia, di provocare una discussione a partire da quanto dirò e non su quanto dirò. Il mio obbiettivo è mettere in luce i problemi fondamentali della scuola in questa fase, per poi discuterne insieme.

Sono interessato alla discussione perché ritengo che questo sia un luogo in grado di fornire il giusto tempo e il giusto spazio ad un argomento che richiede calma per essere affrontato. I molti motivi per tacere a mio avviso non hanno a che fare con carenze di competenza – mi perdoneranno i tecnocrati – ma con una certa fretta che contraddistingue le discussioni sul tema scuola.

Iniziamo dunque – con tutta calma – il viaggio attraverso gli incontri che mi hanno guidato in questa riflessione.

Il contatto con il post di Salvini è casuale: qualche pagina Facebook a cui ho messo mi piace a 17 anni ripubblica, commentando con tono polemico, una delle tante sparate di Salvini. Non sono mai stato attratto dalla branca della filosofa contemporanea che ha per oggetto i post di Salvini. Per questo non mi sono mai chiesto se sia meglio ignorarli per evitare di dargli visibilità, commentare con argomentazioni strutturate oppure taggare nonna Pina per ottenere un effetto ironico. Di solito guardo, sorrido e passo oltre.

Eppure, stamattina Salvini mi ha fatto riflettere e, per una volta, ho sentito un certo grado di affinità con quanto proponeva. Non so per quale motivo abbia fatto questo post, ma immagino per mere ragioni di consenso.  Non mi interessa che siano in parte sue le responsabilità della situazione che denuncia, essendo stato parte di innumerevoli governi negli ultimi venti anni. Non mi importa che faccia ricorso ad un’argomentazione fallace (“lo fanno in Spagna! Lo dobbiamo fare anche noi!”). Non mi interessa neanche che la soluzione ipotizzata, una programmazione didattica in tv, sia contraria a qualunque principio educativo e pericolosa per una sua possibile deriva propagandistica.

Mi interessa, invece, che abbia aperto il dibattito su un tema centrale come l’accesso uguale per tutti e tutte all’istruzione. Questo problema non nasce certo a causa della situazione che viviamo negli ultimi mesi e non si risolveranno al termine dell’emergenza sanitaria. L’accesso all’istruzione è diseguale e genera diseguaglianza a cascata dando di più a chi ha di più e meno a chi ha di meno. L’emergenza di questi giorni non fa che rendere questo problema più grande e, in teoria, più visibile. Oltretutto, se ne parla Salvini vuol dire che è un problema sentito con immediatezza da un gran numero di persone.

A questo punto della storia si inserisce la conferenza stampa della ministra Azzolina2.

Come è possibile che (anche solo per racimolare consenso), durante una conferenza stampa in cui parla dell’obbligatorietà della didattica a distanza3, non parli delle difficoltà nell’accesso ad Internet? Non una parola su quegli studenti che non possono accedere a Internet, che nel Sud Italia aumentano4. Nessun riferimento per chi è in situazioni difficili in casa e ha difficoltà a seguire le lezioni oppure per chi in famiglia ha un solo computer per studiare e lavorare.

Questa mancanza di attenzione è grave tanto nei confronti degli studenti quanto dei professori, i quali spesso sono i meno alfabetizzati a livello informatico e si sentono colpevoli per questo. La ministra è però troppo preoccupata di “dare dignità a chi ha lavorato fino ad ora”. Il suo atteggiamento nega dignità a coloro che non hanno potuto lavorare, responsabilizzando i singoli e nascondendo le carenze del sistema.

Questa obbligatorietà diseguale punisce chi ha meno mezzi materiali, contribuendo così al fenomeno della cosiddetta “dispersione scolastica”. Anche se va detto che la parola “dispersione” è fuorviante e meriterebbe di essere sostituita con il termine “fallimento”, dal momento che parliamo di un fenomeno sociale e non di una reazione chimica. L’abbandono scolastico non è qualcosa di inevitabile come la parola dispersione suggerisce, ma è proporzionale ai mezzi materiali a disposizione dei singoli5. Il fatto che il Ministero non si mostri interessato neanche a far finta di risolvere il problema è semplicemente inspiegabile e sicuramente inaccettabile6.

Ma cosa c’entra Google con tutto questo? Per rispondere occorre ritornare al post di Salvini, collegato ad una pubblicità di una nuova piattaforma Google per la didattica a distanza. La domanda sorge spontanea. Cosa spinge Google a spendere dei soldi per pubblicizzare la propria piattaforma? Non è sufficiente fornire servizi gratuitamente? Possibile che si sia generata una concorrenza per chi offre le migliori prestazioni gratuitamente alla scuola?

Basta dare uno sguardo al sito del Ministero dell’istruzione per avere la risposta7. Google, Amazon e Microsoft si dividono, infatti, la fetta di mercato relativa alla didattica a distanza proponendo le loro piattaforme. Non è mia intenzione – non avrei le competenze necessarie – soffermarmi sulle conseguenze economiche di questo fatto, che pure sono centrali8. Per dirla con Amazon, queste multinazionali stanno facendo soldi “come fosse Natale”. Non sarebbe opportuno chiedere loro qualcosa in cambio?

Non va sottovalutato neanche l’impatto che queste piattaforme hanno sulla scuola e sulla didattica. Lo farò attraverso una similitudine che per me è particolarmente convincente e che porta avanti le riflessioni abbozzate nella prima parte dell’articolo9.

Stabilire l’obbligo della didattica a distanza senza fornire una piattaforma ministeriale, costringendo ad utilizzarne una già programmata da Google (Amazon o Microsoft), equivarrebbe a sancire l’obbligatorietà della frequenza scolastica per tutti, senza fornire gli edifici, incoraggiando invece le singole scuole a trovare lo sponsor migliore per costruire l’edificio. Negare sostegno a chi si trova in difficoltà in questa fase equivarrebbe poi a chiedere a tutti gli studenti un piccolo affitto mensile per partecipare alle lezioni e negare l’accesso a chi non se lo può permettere.

Questa prospettiva ci aiuta a capire quanto sia reazionaria l’idea di Salvini. Rimanendo nella similitudine, potremmo infatti immaginare la scuola via tv come un gigantesco tendone industriale con migliaia di altoparlanti e milioni di studenti seduti in file ordinate dove uno parla e tutti ascoltano, dove non ci sono domande e non c’è comunità di classe. Tutto sarebbe forse funzionale alla trasmissione del sapere, ma non sarebbe una scuola per educare cittadini.

Ovviamente si tratta di provocazioni, ma forse possono aiutare a riflettere. Davvero l’unica alternativa che abbiamo è quella tra una scuola dialogante, tecnologica, didatticamente all’avanguardia, ma che esclude chi non se lo può permettere, e una scuola egualitaria che in-forma invece di educare?

Dal momento che la scelta italiana sembrerebbe andare nella direzione del primo modello di scuola, occorre analizzare alcune problematiche che questa scelta comporta. Utilizzare piattaforme già costruite vuol dire disinteressarsi della progettazione delle aule nelle quali si insegna. Significa disinteressarsi della loro forma, della dimensione e del colore delle pareti demandandoli a Google; ma vuol dire soprattutto accettare le regole che ne gestiscono il dialogo interno.  La didattica, infatti, non è indifferente agli spazi che utilizza. Chi decide su questo spazio e sulle sue regole interne orienta la didattica. Questo punto è per me innegabile, e invito chi la considerasse un’esagerazione a tornare sull’immagine del tendone industriale.

Ora, bisogna ammettere che Google non sembrerebbe interessato ad influenzare attivamente il modo in cui la didattica si svolge, ma piuttosto ad estrarre più profitto possibile dall’analisi dei dati che vengono forniti da questo massiccio utilizzo. Più Marx che Foucault suggeriscono i Wu Ming e noi ci fidiamo10.

Ma basta questo per essere ottimisti o positivi? Cosa impedirà in futuro a questi giganti di influenzare in maniera strutturale la scuola? Cosa impedirà di controllare, anche se solo indirettamente, l’educazione dei cittadini di domani? Per quale motivo il Ministero continua a non proporre una piattaforma autonoma per l’istruzione pubblica?

Cento anni di pedagogia ci avrebbero consigliato di evitare la didattica frontale, ma fare un cerchio in una classe sembra ancora rivoluzionario. Nei documenti ministeriali non si parla di programmi didattici da più di dieci anni, ma i professori continuano ad essere ossessionati da questo spettro. Se si leggono le Indicazioni Nazionali per la Scuola sembra di essere finiti in un’utopia in cui Gianni Rodari è ministro dell’Istruzione. Ma questo non fa della scuola uno spazio creativo di co-produzione del sapere ad eccezione di poche avanguardie educative. Queste e molte altre considerazioni sembrerebbero tranquillizzarci sulla resistenza della scuola a qualunque modifica strutturale, sia in meglio che in peggio.

Io non sono così ottimista e comunque penso che la scuola vada cambiata. Va cambiata, però, facendo un grande lavoro di formazione degli insegnati, stanziando fondi per garantire un accesso uguale per tutti e decidendo la direzione educativa collettivamente, non affidandola a Google o alla Rai.

A questo punto i più attenti si chiederanno che fine ha fatto il Papa.

Bergoglio – da bravo pastore – era con noi durante tutta questa riflessione. Infatti, era con me durante tutta l’incubazione dell’articolo. I miei genitori lo tengono sempre acceso in sottofondo. Mi ha suggerito l’articolo punto per punto e come al solito si è rivelato il “grande leader” più a sinistra di tutti. In questi giorni ha parlato di chi ha difficoltà ad utilizzare i mezzi tecnologici, di chi viene lasciato indietro durante le crisi. Infine, ha denunciato chi non si fa problemi a fare profitto sfruttando le condizioni della crisi attuale.

Sono anni che provo a non dare retta a questo Papa: “perché è solo un personaggio”, “perché fa tutto per avere visibilità”, “perché sta solo occupando lo spazio politico lasciato scoperto dalle sinistre internazionali”, “perché in Argentina, da giovane, era con il regime militare”. Ma se volete convincermi a smettere di ascoltarlo dobbiamo costruire un’alternativa credibile. Quindi parliamo insieme di scuola.

 

 

Giuseppe Lanciano, studente di filosofia, ha 23 anni e vive a Roma.

 

 

 


 

1 Per gli appassionati di didattichese la capacità di comunicare nella propria lingua madre è la prima competenza chiave di cittadinanza. In altre parole, tutti gli ordini e i gradi dell’istruzione italiana sono, dal 2010 in poi, incentrati più su questo punto che sulla trasmissione del sapere specifici. Questo in teoria.

 

2 Il testo del decreto: https://www.gazzettaufficiale.it/eli/id/2020/04/08/20G00042/sg (consultato il 11/04/20).

 

3 La conferenza stampa è disponibile su: https://www.youtube.com/watch?v=UOIxY72HU-8 (consultato il 11/04/20).

 

4 Non inserisco dati precisi perché non servono per il ragionamento, tuttavia delle considerazioni interessanti si possono trovare in: https://www.istat.it/it/files/2018/06/Internet@Italia-2018.pdf (consultato il 11/04/20).

 

5 Ci sono numerosissimi studi in merito e sarebbe interessante discutere su questo punto.

 

6 Ho sentito di aiuti alle famiglie in difficoltà da questo punto di vista, ma non ho trovato informazioni su internet. Ora, se non le trovo io queste informazioni, come dovrebbero trovarle famiglie con difficoltà ad accedere ad internet?

 

7 https://www.istruzione.it/coronavirus/didattica-a-distanza.html (consultato il 11/04/20).

 

8 In merito ci sono diversi articoli. Segnalo solo : https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/degoogling/ (consultato il  11/04/20). Ma sarei entusiasta se qualcuno proponesse in questa sede una riflessione originale sul tema.

 

9 L’idea della similitudine è liberamente ispirata ad un’idea presente in: https://contropiano.org/news/cultura-news/2020/03/16/degooglizziamoci-si-ma-come-0125296 (consultato il  11/04/20).

 

10 Sempre da https://www.wumingfoundation.com/giap/2020/03/degoogling/ (consultato il 11/04/20).

 

 

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