Uno sguardo alla Germania

Cosa sta succedendo in Germania? Sono Emanuele Savagnone, un giovane compositore di Roma che vive attualmente in Germania, e con questo breve racconto degli ultimi mesi desidero condividere esperienze e soprattutto una breve riflessione sulla situazione di pandemia che ha attanagliato la nostra civiltà. Una breve introduzione: vivo a Mannheim, città del Baden-Württemberg non lontana da Francoforte, sede dell’invenzione della prima bicicletta; sono uno studente di Musikhochschule (conservatorio tedesco); ho deciso di rimanere in Germania allo scoppio dell’epidemia

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Kuze vuol dire vaso

Stamattina sono andata in tribunale. Prima di uscire di casa, ho preso un quaderno per scrivere l’autocertificazione, ché anche in Grecia te la scrivi da sola. Qual è la mia necessità? (1 banca, 3 supermercato, 6 attività motoria?). Si può andare in tribunale? E mentre camminavo mi dicevo che ero stanca di questa fatica, di dovermi alzare, di sapere dove si trovano i tribunali e come funzionano queste cose.
Fatto sta che ci sono andata

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Una passeggiata a New York

Questa mattina sono uscita intorno alle 12, munita di mascherina. Ero diretta poco lontano da dove abito, al parco che corre lungo la riva del fiume Hudson, linea demarcatrice del confine fra lo stato di New York e il New Jersey. Era una giornata di splendido sole, e data l’assenza di reali restrizioni in merito alla possibilità di uscire di casa, ho approfittato per prendere una boccata d’aria. Anche in questa situazione estrema, il governo ha preso la via della responsabilizzazione dell’individuo e ha scelto di non agire sulla libertà personale con restrizioni imposte dall’alto. Il numero di emergenza attivato dal sito ufficiale della città di New York per mantenere i cittadini informati sulla situazione COVID-19 si occupa di diffondere e inviare messaggi che invitano a restare a casa, a stare lontani gli uni dagli altri: “aiuta a fermare il contagio del COVID-19. Resta a casa per salvare vite.

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Figlio della quarantena

Il primo frutto del nostro isolamento oggi è chiederci: ma domani? Lo domandiamo a un immaginario interlocutore in fil di ferro che tuttavia non vuole proprio saperne di darci una mano. Così, persi nel limbo, ci appoggiamo l’uno all’altro per brevi attimi di incosciente rifiuto delle distanze minime. Riflessioni, domande o cianfrusaglie varie trovate e sopravvissute sotto i divani.

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Il mondo di cui prendersi cura

Nella mia quotidianità, con l’isolamento, si è dolcemente insinuata un’abitudine che prima non avevo. Non è questione di imposizioni o consigli: ho iniziato quasi per caso e adesso questo gesto è diventato un tranquillo rituale. La sera, sul tardi, mi affaccio al ballatoio dove si trova l’ingresso di casa mia e ri-mango per qualche minuto a contemplare il buio sospeso su quel piccolo angolo di Torino che si offre al mio sguardo.
Sulla sinistra, fra gli alberi, svetta Superga, che di notte – specialmente quando le stelle e la luna le fanno corteo – è ancora più bella. A tutto quello che sta più in basso non avevo mai prestato troppa attenzione. Adesso, invece, ci sono costretto.

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Il picco alle nostre spalle (ma lo sapevamo da un mese)

Il 21 febbraio, venerdì, mi raggiunge la telefonata di una mia vecchia amica, giornalista. “Maurizio, ma tu come la vedi questa storia del Coronavirus?” “Un’influenza, un po’ più cattiva.” “Si vede che non leggi i giornali. Sta per scoppiare l’apocalisse.”. Avevamo ragione entrambi, probabilmente. Proprio quel giorno 14 persone a Codogno e 2 persone a Vo’ Euganeo, a distanza di 200 km le une dalle altre, risultano positive al test. Fino a quel momento sembrava una cosa ‘cinese’: i due turisti cinesi ricoverati allo Spallanzani e un italiano rimpatriato dalla Cina. Basta. Tre casi in tre settimane. Ma le cose non stavano così.

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L’immaginario collettivo ai tempi del Coronavirus

Ci troviamo ad assistere negli ultimi tempi ad una esasperazione della militarizzazione del linguaggio. Penso al virus come nemico da combattere, ai medici in prima linea, all’echeggiare dell’inno d’Italia, alla pubblicità per l’arruolamento di volontari della Croce Rossa, al riferimento all’ora più buia di Churchill… Insomma, credo che ciascuno possa continuare la lista con gli esempi che preferisce. Durante le prime settimane di lockdown, quando l’Italia era ancora l’unico Paese in Europa ad aver deciso di impedire la mobilità dei cittadini se non per comprovati casi di necessità, circolava in rete un articolo, condiviso con me con le migliori intenzioni,

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Radicalizzare la quarantena

In un contatto – rigorosamente digitale – di questi giorni, un corpo amico in quarantena mi ha confidato una paura nuova, scaturita da questa condizione di isolamento: paura di avere un proprio tempo non più pubblico, senza compiti definiti, a difesa della propria incolumità, in qualche modo più libero ma, proprio per questo, inquietante. Condivido questa inquietudine, come credo molti di noi, e a partire da essa, consapevoli che potremmo essere approssimativi e poco lucidi, possiamo porci alcune domande sulla nostra condizione, sapendo che potrebbero rimanere senza risposta, così come i tracciati che apriremo senza poterli percorrere fino in fondo. Eviteremo le discussioni su non troppo definiti stati di eccezione, questioni mediche et similia, chiedendoci da dove proviene questo nuovo modo di vivere, di cui prendiamo atto, e se ci mostra qualcosa.

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Crisi organica

È opinione assai diffusa che la crisi del coronavirus sia la più grave e traumatica, tra quelle che hanno scosso il nostro paese, almeno dai tempi della Seconda Guerra mondiale. L’affermazione ha – come vedremo – un contenuto di verità incontrovertibile, ma la sua generica enunciazione si presta a pericolosi fraintendimenti. In effetti è questo il rischio che si corre, se ci si affida al giudizio dominante. Si dice: «La crisi è oggettiva; la sua ineluttabilità è sotto gli occhi di tutti; è prodotta dall’invasione di un nemico esterno che adopera armi letali a noi per ora ignote; in attesa di indagarne le ragioni, non ci si può attardare né dividere sulle

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